giovedì 18 settembre 2014

L'erba della Terra


Carlo Sandburg (1878-1967) è una figura di poeta molto nota nello scenario della poesia americana. Un giorno ebbe a dire delle sue poesie: "Ho scritto alcune poesie che io stesso non capisco". Lo si potrebbe dire di tante poesie e di tanti poeti soltanto se riuscissimo a capire la sofferenza che la vera poesia costa a chi della poesia ha fatto una scelta di vita. Mi sono imbattuto in Rete in questo breve testo poetico e mi ha colpito la sua laconicità. Sin dal titolo si capisce che il poeta vuole andare direttamente al punto. L'erba è la scena del dramma che la poesia andrà a descrivere. Una dichiarazione fredda, oggettiva, minimalista. La prima parola è come una pallottola che ti fa secco. Una serie di imperativi con un messaggio speciale, quasi un ordine. Parole che hanno ha un'eco molto forte. Riecheggiano in quei luoghi fatali. Scelti a caso, rinforzano l'innaturale idea di morte su quei campi di battaglia. I meriti o i demeriti sono irrilevanti, potrebbero essere innumerevoli altri campi di battaglia di ieri e di oggi, in una qualsiasi parte del mondo, per qualsiasi ideologia o fede, in qualunque secolo. Il messaggio sarebbe sempre lo stesso. Ieri come oggi. Sui campi di battaglia o sulle acque dei mari di questa Terra sempre più insanguinata ed insensibile al suo stesso sangue.

Erba

Ammucchiate tutti i corpi ad Austerlitz e a Waterloo
Seppelliteli qui e lasciatemi lavorare
Io sono l'erba; io copro tutto.

E raccoglieteli tutti a Gettysburg
E accumulateli tutti a Ypres e a Verdun.
Seppelliteli qui e lasciatemi lavorare.

Due anni, dieci anni, e i passeggeri chiederanno al conducente:
Che posto è questo?
Dove siamo ora?

Io sono l'erba.
Lasciatemi lavorare.







Post in evidenza

Qualcosa, niente e tutto ...

Questa frase, a dir poco, è tutto un mondo. Scritta e pensata in un contesto poetico, è oggi quanto mai attuale e idonea per riflettere ...