venerdì 30 maggio 2014

L'ultima rosa di un'estate che ancora deve venire



Anche se la primavera fa fatica a cedere il passo all'estate, il mese di maggio è il mese delle rose. Questo post vuole essere un omaggio, per mezzo di una poesia, a quella che sarà l'ultima rosa della prossima estate. 

Come si fa a definire quel fiore che chiamiamo “rosa”? La scrittrice americana Gertrude Stein scrisse negli anni venti che “a rose is a rose is a rose is a rose” e fece un’affermazione di identità. Le cose sono come sono e non possono esserci dubbi. Per definire questo fiore nemmeno l’etimologia ci viene in aiuto. Il nome, secondo alcuni, deriverebbe dalla parola sanscrita “vrad” o “vrod”, che significa flessibile. Secondo altri, invece, il nome deriverebbe dalla parola celtica “rhood” o “rhuud”, che significa rosso. La rosa resta una rosa ed il mistero di questo fiore continua.

Ove non si voglia scrivere un intero poema su questo fiore, (e Gertrude Stein con quella affermazione voleva appunto questo, evitare di scriverlo perchè impossibile), la rosa resta qualcosa di inattingibile, un mistero e ancor più una entità che non sopporta aggettivi che la limitino. Eppure la rosa sembra essere un fiore per iniziati, tanti sono i riferimenti letterari, artistici, musicali con i quali poeti, scrittori, artisti, musicisti di tutti i tempi che l’hanno decantata. Leggiamo insieme questa poesia intitolata “L’ultima rosa d’estate” di Thomas Moore:

’TIS the last rose of summer
Left blooming alone;
All her lovely companions
Are faded and gone;
No flower of her kindred,
No rosebud is nigh,
To reflect back her blushes,
To give sigh for sigh.

I’ll not leave thee, thou lone one!
To pine on the stem;
Since the lovely are sleeping,
Go, sleep thou with them.
Thus kindly I scatter
Thy leaves o’er the bed,
Where thy mates of the garden
Lie scentless and dead.

So soon may I follow,
When friendships decay,
And from Love’s shining circle
The gems drop away.
When true hearts lie withered
And fond ones are flown,
Oh! who would inhabit
This bleak world alone?


Ecco l’ultima rosa dell’estate
che va via sfiorendo da sola.
Tutte le sue graziose compagne
sono già appassite e scomparse.
Nessun fiore della sua famiglia,
nessun bocciolo di rosa le è vicino
a riflettere il lieve arrossire
a dare un sospiro per un sospiro.

La solitudine caratterizza questa prima strofa in una stagione che lentamente svanisce sfumando nel tempo che scorre inesorabile. Ne è rimasta solamente una di rosa, tutte le altre ormai hanno sparso al vento i loro petali, nè ci sono in vista boccioli nuovi che possano alimentarne il ricordo. Si sente solamente il sospiro del vento che porta via il loro ricordo.

Io non ti lascerò sola
mentre langui sul tuo stelo
Fino a che l’amore dorme,
va e dormi con loro.
Così gentilmente cospargo con i tuoi petali il letto
dove gli sposi del tuo giardino
giacciono senza profumo e inerti.

Il poeta sembra voler evitare alla rosa una fine in malinconica solitudine e non vuole lasciarla sola. Si augura che essa possa dormire con gli sposi sul cui letto lui farà cadere i petali del fiore. Il profumo li ravviverà nel loro amore.

Possa io seguirti presto
quando gli amici partiranno
e le gemme cadranno dal cerchio brillante di luce.
Quando i veri cuori sono appassiti
e quelli affettuosi sono gonfi
Chi potrebbe abitare questo buio mondo, da solo?

A lui non resta che seguire il destino della rosa quando rimarrà solo, gli amici saranno andati via e le gemme dell’amicizia avranno perso la loro forza. Non potrà vivere tra cuori appassiti e gonfi del vuoto d’amore. Non si può vivere al buio del mondo da soli.


“The Last Rose of Summer” è una poesia di un poeta irlandese di nome Thomas Moore, (da non confondere con Thomas More) amico di Lord Byron e P. B. Shelley. Moore scrisse questa poesia nel 1805 mentre era a Jenkinstontown Park, nella Contea di Kilkenny, in Irlanda. Il compositore John Stevenson scrisse la musica legando i versi ad una melodia diventata poi famosa nel mondo inclusa in una raccolta chiamata “Melodie Irlandesi” (1807-34). L’amicizia di Moore con poeti romantici come Shelley e Byron si vede. Si avvertono le caratteristiche romantiche della intuizione poetica che conduce all’identificazione e si conclude nella sublimazione del tema. 

Il poeta si lega alla rosa nella felice intuizione sia artistica che simbolica. Il passo successivo e conseguente è l’identificazione con il tema dell’amore degli sposie la loro malinconia che abbisogna di essere ravvivata e rinnovata. Una scelta verso il sublime che è destinato a perire per rinnovarsi, esattamente come la rosa che la conclusione dell’estate segna la sua fine. Ma nella sua fine inizia anche il principio del ritorno. Il tema come si vede è estremamente sentimentale, triste nella sua liricità malinconica tipicamente irlandese. Lirismo, sentimentalismo, tristezza che sembrano evocare il fascino della fine, quasi un invito al suicidio, quella “sindrome di Stendhal” spesso evocata ed invocata quando si parla di romanticismo.

Non è un caso che la poesia del Moore abbia trovato nella musica percorsi dai toni struggenti ed indimenticabili. Basti ricordare che Ludwig Van Beethoven compose un tema e tre variazioni per flauto e piano, op. 105, basati sulla canzone. Felix Mendelssohn-Bartholdy compose una Fantasia in E maggiore Op. 15, e anche Friedrich von Flotow usa la canzone nella sua opera Martha scritta nel 1847 a Vienna. 

La poesia diventata canzone canzone viene citata anche nell’ "Ulisse" di James Joyce. Questi riferimenti ne fanno una canzone molto popolare, presenza quanto mai stabile nella cultura irlandese nel mondo. Basta cliccare su YouTube per rendersi conto di quante siano le versioni audio e video con le quali cantanti e musicisti si cimentano continuamente a cantare l’inno all’amore eterno destinato a perire per non morire. Proprio come le rose, tutte le rose, alla fine di ogni estate.

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