sabato 3 maggio 2014

Il Paese del "limone spremuto"


"La terra dove fioriscono i limoni". L'autore di questa famosa frase, riferita a Wolfang Goethe, la si trova nel Wilhelm Meister dove Mignon , figlia del musicista vagante, la intona per descrivere un mondo fantastico e immaginario, cieli azzurri, statue di marmo e fragorose cascate, non senza nascondere una sorta di minaccia sotto questa nascosta bellezza. Quando Wilhelm le chiede dove sia questo posto, lei risponde: "Italia! Se tu vai in Italia, portami con te, qui ho troppo freddo".

I versi racchiudono il senso di quello che intendeva il poeta inglese Robert Browning quando definì il nostro Paese " la terra delle terre", e lo scrittore americano E. M. Forster lo chiamò "un luogo che sconvolge tutti sin dagli inizi del mondo". 

Il limone, secondo l'autrice di questo recente libro, è l'ultima metafora riferita all'Italia intesa come "un oggetto di desiderio per noi mortali freddolosi dall'altra parte sbagliata delle Alpi". Al tempo di Goethe, gli Europei del nord, i benestanti, erano soliti creare delle eleganti "orangeries", aranceti artificiali dove durante i lunghi mesi invernali i preziosi alberi potevano crescere senza problemi fino a quando, un giorno d'estate, giardinieri sudati, al sole dell'estate, li avrebbero innaffiati. 

Questi luoghi erano le fantastiche "Esperidi". Le mele dorate crescevano a sud dove la saggezza antica di contadini, cuochi, profumieri, tecnici e imprenditori collocarono gli alberi di limoni insieme ai vigneti e uliveti, archetipi della fertilità mediterranea.

Le arance, i limoni, le clementine e l'uva non sono nativi di questi luoghi. I limoni cominciarono a crescere per la prima volta nel sottobosco della foresta himalaiana, arance e limoni della giungla di Burma e Assam, i mandarini dalla Cina, ovviamente, il pomello e il pompelmo dalle isole della Malaysia. Viaggiando verso occidente, sulle vie commerciali vennero portate dai conquistatori mussulmani in Andalusia e in Sicilia. Qui, con opportune irrigazioni, innesti vennero adattate al clima dei luoghi.

L'autrice del libro sostiene, e lo dimostra, che le parole siciliane come "zagara", "senia" e "gebbia" derivano direttamente dall'arabo. Al tempo degli emiri mussulmani e dei re normanni, fiorirono gli orti paradisiaci pieni di aranci e limoni, i cui profumi si mescolavano, allora come oggi, alla musica delle fontane e dei canali. Si scrivevano poesie che portavano il nome di "garden poems" dedicate alla celebrazione dei colori intensi dei frutti e delle foglie, per ricreare atmosfere e rituali d'amore. 

Al giorno d'oggi, purtroppo, le cose stanno in maniera diversa in quel posto che porta ancora il nome di "Conca d'oro", la striscia di terra fertile che si distende tra Palermo, la spiaggia e le montagne. La scrittrice si rifiuta di entrare nei dettagli di quella notoria realtà che è la moderna coltivazione dei limoni in un Paese come l'Italia che deve fronteggiare la triste realtà del crimine organizzato. 

La Mafia, dopo tutto, nacque proprio nella Conca d'Oro, come organizzazione basata sul ricatto nei confronti dei coltivatori. Non si contano gli ammazzamenti in questi campi di tanti contadini che hanno avuto il coraggio di opporsi ai ricatti, ai taglieggiamenti ed altro. I bombardamenti che le truppe alleate fecero a Palermo durante l'ultima guerra mondiale permisero alla Mafia di completare la distruzione dell'ambiente favorendo la speculazione edilizia e la distruzione di un territorio.

Attlee risale la penisola e si rifugia in Liguria, scrive di una famiglia di piccoli proprietari che coltiva limoni in miniatura e creazioni ibride come il mandarancio. Gli insetti nocivi per le piante sono tenuti lontani per mezzo di acciughe in bottiglia immerse in ammoniaca. In questi luoghi cresce il chinotto di Savona, il piccolo arancio cinese che serve ad aromizzare gli amari e i digestivi. Come per la terra dove fioriscono i limoni, questa fu certamente il cratere di montagna intorno al lago di Garda dove il prezioso frutto, raccolto da uomini e donne splendidamente vestite, veniva trasportato a dorso di mulo per un viaggio che finiva in Ungheria, Polonia o Russia. 

L'autrice del libro conosce bene le origini e l'etimo della parola "limone". Esso deriva dal nome che gli antichi romani diedero al confine "limen". Il limone del Garda è molto acido, con una buccia molto aromatica. La sua storia viene raccontata attraverso la lente del passato, così come la vissero le agiate famiglie del XIX secolo a Cracovia, Praga e Liv così come testimoniano le incisioni nelle loro splendide residenze lungo il lago fino a quando non vennero distrutte durante la prima guerra mondiale.

In Calabria i coltivatori di limoni hanno fatto viaggi anche più lontano, favoriti dagli ebrei i quali credono che Mosè, proprio così, Mosè, abbia inviato messaggeri in questa regione per raccogliere la prova del limone perfetto, che in ebraico ha il nome di "esrog", frutto dell'albero di Dio usato per celebrare la festa del Sukkoth. I rabbini Lubavitcher controllano il raccolto annuale esaminando attentamente ogni albero per ogni possibile deformazione, scegliere gli accessori accessori del fiore originale che potevano essere uniti alla palma, al mirto e al salice per il giorno del ringraziamento. 

Attlee è una esperta giardiniera e ha lavorato a questo volume per oltre dieci anni. Decide di fare un percorso geografico sulla penisola intrecciando nel suo racconto fatti legati alla storia dei luoghi e delle coltivazioni, con ricordi di viaggiatori e liste di ricette in argomento. E' alla ricerca e scoperta dell'anima italiana così come essa è legata a questo frutto. Viaggia dai giardini di Firenze alle terrazze di Amalfi, sulle rive del lago di Garda, la riviera ligure, parla del bergamotto di Calabria, delle straordinarie arance di Catania. 

Descrive la strana battaglia di arance a Ivrea dove non ci sono coltivazioni del frutto, le nobili e aristocratiche marmellate siciliane. Ci parla anche di un suo fortunato incontro con un ebreo che ogni anno viene a Diamante per prenotare i limoni usati durante la festa ebraica del Sukkoth. Per Attlee questo frutto è sia allegro che triste. In fondo rappresenta la vera anima del nostro Paese, tanto dolce quanto amaro. Uno scrittore inglese, Jonathan Keates, nel recensire questo libro, ha intitolato il suo articolo "Citron Impressé" che sta per "limone spremuto". Mi sembra una fotografia emblematica del nostro Bel Paese.

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P.S. Una cosa interessante, di non poca rilevanza per chi scrive su questo blog, e' la segnalazione che l'autrice di questo libro fa a pagina 44 quando parla dell'importanza della manutenzione dei terreni coltivati a colture come quelle dei limoni, per la difesa del territorio da alluvioni, slittamenti del terreno e prevenzione dei disastri naturali. Lei cita le frane del 5 maggio 1998 della città di Sarno nel capitolo che dedica ad Amalfi quando scrive dell'importanza dei terrazzamenti nella coltura dei limoni. Osservazione non banale e abbastanza significativa per questo Blogger che si trova a vivere proprio ai piedi di quel Monte Saro che venne giù quella fatidica notte di sedici anni fa e che fu risparmiato per quello strano effetto esistenziale che va sotto il nome di "effetto random".

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