lunedì 24 marzo 2014

Un caso di "demenza digitale"?

"Mai tanta gente prima, con tante poche cose da dire, ne ha dette tante, a tanta poca gente"

Un blog non è come FB e gli altri siti sociali. Questi sono simili a dei "tapis roulant", nastri che scorrono sempre, non si fermano mai. Di notte e di giorno danno la possibilità a chi li usa, di inserirsi nel flusso del tempo che passa. Si possono lasciare messaggi, ci si può confrontare con gli altri, discutere, affermare la propria presenza e finire nel dimenticatoio in pochi attimi seguendo la freccia del tempo in maniera orizzontale. Specialmente Twitter e FB svolgono la loro funzione in questa maniera. Ad essi si unisce G+, che oltre a navigare in superficie, scende anche in profondità, nelle "viscere" della terra dei sensi e dei significati, entra nel tempo e nello spazio in verticale, nella storia di tutti e di ognuno. 

Il blog, per sua natura, e' diverso. "Blog" è un termine informatico che indica un sito internet in cui l'autore, definito blogger, pubblica più o meno periodicamente una sorta di diario online i propri pensieri, opinioni, riflessioni, considerazioni ed altro, assieme, eventualmente, ad altre tipologie di materiale elettronico come immagini o video. Per i linguisti della Treccani è un "diario elettronico, allocato in un sito web e continuamente aggiornabile, corredato in genere degli eventuali commenti (detti post) dei visitatori".

La parola "blog" è una contrazione da "web-log", "diario online". Fu inventata da Jorn Barger, un commerciante americano con il pallino della caccia. Questo signore, nel 1997, decise di raccontare il proprio hobby attraverso una pagina web tenuta come un diario. La forma contratta "blog" venne creata invece da Peter Merholz, che per primo (nel 1999) usò la frase "we blog" sul suo sito internet. Il blog si affianca ai social in una maniera molto semplice. 

Da questi può essere alimentato ricevendo da essi l'opportunità di creare approfondimenti, elaborazioni e sviluppi a quelli che sono i frammenti comunicativi dei social. Le canoniche e invalicabili 140 battute di Twitter, opportunamente collegato con FB, mettono in condizione il comunicatore di irrompere dal nulla con la sua informativa-invettiva, rilanciarla sulla bacheca creata da Mark Zuckemberg, ed essere poi elaborata sul blog. Il circuito si autoalimenta e può essere fermato soltanto da chi scrive quando questi decide eventualmente di smettere di comunicare. 

Non tutti coloro i quali fruiscono dei servizi offerti da queste piattaforme hanno tempo, voglia, possibilità e capacità di percorrere l'intero circuito comunicativo. C'è chi usa soltanto le fatidiche 140 battute, chi si affaccia saltellando in vario modo su FB, entrando e uscendo da stanze comunicative occasionali e chi invece usa gli strumenti in maniera coerente con i propri bisogni, siano essi politici, commerciali o semplicemente "umani". Chi ha bisogno di più ampi spazi usa il blog.

Sono ormai vicino a raggiungere il numero di seicento post pubblicati in quasi dieci anni su questa piattaforma che il gigante informatico Google mi mette a disposizione. Non che li abbia contati. E Google stesso a tenermi la contabilità di tutto ciò che faccio: il numero dei visitatori, i link, i commenti dei lettori, le pagine viste. Statistiche da tutti punti di vista. Chi naviga in Rete dovrebbe sapere bene che la sua presenza non passa mai inosservata. 

Ogni nostro accesso, visita, commento, ricerca, clic, fotografia o canzone vista o ascoltata, ogni contatto insomma viene registrato, memorizzato, classificato e letto in un duplice aspetto. Il primo e' quello che riguarda il soggetto, il visitatore, il navigante. Tutti i dati raccolti su di lui concorrono a fare di lui un preciso ritratto che non potrà mai essere cancellato. Questa scheda virtuale verrà usata a fini di mercato. Serviranno a definire gusti, tendenze, aspettative pubbliche e private. Il secondo aspetto e' legato al primo in maniera indissolubile, nel senso che chi potrà gestire questi dati personali, potrà creare uno, due, tre, tanti mercati, fatti di bisogni, idee, tendenze. 

Si capisce, allora, come sarà possibile manipolare politica e politiche, economie e finanze, idee e ideologie. A questo punto sento già qualcuno dire che sarà meglio allora tenersi lontano sia da Internet che dal Web, dai siti sociali che dal pc, dal tablet al cellulare. Si parla addirittura di "demenza digitale". Ci hanno scritto innumerevoli libri. Avrò modo di parlarne. L'ho scaricato in formato elettronico. 

Ma tutto è facile a dirsi, impossibile ormai a farsi. Siamo ad un punto di non ritorno. Non credo potremo più ritornare indietro. Se avete letto fin qua questo post su questo blog, sapete che il destino e segnato. "Mai tanta gente prima, con tante poche cose da dire, ne ha dette tante, a tanta poca gente", questa è la sintesi della nostra realtà comunicativa contemporanea. Non è vero, ma ci credo. Ecco perché ho deciso di diventare un "blogger" ...


"Senza computer, smartphone e Internet oggi ci sentiamo perduti. Questo vuol dire che l'uso massiccio delle tecnologie di consumo sta mandando il nostro cervello all'ammasso. E intanto la lobby delle società di software promuove e pubblicizza gli esiti straordinari delle ultime ricerche in base alle quali, grazie all'uso della tecnologia, i nostri figli saranno destinati a un radioso futuro ricco di successi. Ma se questo nuovo mondo non fosse poi il migliore dei mondi possibili? Se gli interessi economici in gioco tendessero a sminuire, se non a occultare, i risultati di altre ricerche che vanno in direzione diametralmente opposta? Sulla base di tali studi, che l'autore analizza in questo libro, è lecito lanciare un allarme generale: i media digitali in realtà rischiano di indebolire corpo e mente nostri e dei nostri figli. Se ci limitiamo a chattare, twittare, postare, navigare su Google... finiamo per parcheggiare il nostro cervello, ormai incapace di riflettere e concentrarsi. L'uso sempre più intensivo del computer scoraggia lo studio e l'apprendimento e, viceversa, incoraggia i nostri ragazzi a restare per ore davanti ai giochi elettronici. Per non parlare dei social che regalano surrogati tossici di amicizie vere, indebolendo la capacità di socializzare nella realtà e favorendo l'insorgere di forme depressive. Manfred Spitzer mette politici, intellettuali, genitori, cittadini di fronte a questo scenario: è veramente quello che vogliamo per noi e per i nostri figli?".

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