mercoledì 25 gennaio 2012

L'uomo libro


Chi-cosa-dove-quando-perchè. Lancio un sondaggio su queste cinque costanti-variabili, o variabili-costanti, fa lo stesso, su quale sia la più importante. Sia che la si riferisca ad un libro che alla vita di un uomo. 

Mi spiego: io penso che ogni uomo sia riportabile ad un libro o, quanto meno, la sua vita sia simile a quella di un libro. Se, quindi, ogni uomo è un libro, è necessario che di un libro abbia i dovuti riferimenti di lettura: chi-cosa-dove-quando-perché, per l’appunto. 

E’ ovvio che la sequenza delle costanti-variabili, o variabili-costanti, può essere diversa da quella che ho scelto io. C’è chi preferisce dare la precedenza al “cosa”, chi preferisce partire direttamente dal “perché” e via discorrendo. A mio avviso il sistema così diventa più difficile da gestire, e poiché credo che sia meglio iniziare da ciò che è più facile, eccomi a spiegare il percorso che ogni bibliomane, o quanto meno, uno che ama, legge, colleziona e vive di libri, si accinge a fare con i suoi libri e con la sua vita. 

Se vi accingete a leggere, sappiate che questo testo non è stato riletto e quindi lo dovete accettare così com’è senza chiedere “chi-cosa-dove-quando-perchè”. L'immagine che vedete qui a fianco riproduce artisticamente il concetto su cui poggia questo articolo. E' il lavoro di un artigiano inglese il quale progetta i suoi lavori in funzione della realtà in cui vive il soggetto uomo: "l'uomo libro", appunto. Ma l'artista ha prodotto anche l'uomo del CD, l'uomo del DVD, l'uomo del Video. 

"L'uomo libro" riesce a contenere circa 100 libri e può assumere forme diverse per rispondere agli interrogativi quanto mai costanti e variabili di cui è fatta la vita degli uomini e quella dei loro libri.


CHI. Chi sono, chi siamo, chi sono gli altri, chi mi ama, chi mi teme, chi mi segue, chi davvero sono io, quando sono sveglio, quando dormo, parlo, mangio, penso, scrivo, lavoro, viaggio, studio. Una ricerca continua della propria identità, della propria ragion d’essere. Chi se lo chiede, se se lo chiede, cosa si risponde, o cosa gli altri cosa gli rispondono? E cosa fa chi non si pone proprio la domanda? Vive o sopravvive? Vive meglio o peggio? Che cosa sarebbe poi il peggio o il meglio? Chi sono davvero io che penso? Posso dire che se penso, io sono davvero? Non è che “penso, dunque sono” va detto al contrario, vale a dire “sono, dunque penso”. Lo so, forse comincerete a pensare che io sia impazzito, oppure che questi sono pensieri oziosi di un uomo ozioso, che dovrebbe andare a lavorare invece che porsi domande dl genere. Avete ragione. E’ che ad un certo punto della propria vita, ognuno, domande del genere, dovrebbe pur porsele, per cercare di capire con chi ha a che fare. Voglio dire, prima con se stessi e poi con gli altri, non vi pare? Ma voi pensate che una cosa del genere sia davvero possibile, voglio dire che sia possibile comprendere davvero io che sto scrivendo a questa tastiera, io davvero sappia rispondere alla domanda su chi sono? E a chi lo sto chiedendo, poi, tutto sommato? A chi ne sa meno di me, non vi pare? Sì, perché voi, che nemmeno sapete chi siete, chi è vostro padre, vostra madre, vostro figlio, il vostro capo ufficio, il vostro direttore, il vostro vicino inquilino, il vostro portiere, il vostro parroco, il giornalaio all’angolo, la vostra amante, cosa potete sapere di me? Come vedete, sono pure illazioni quelle che avete nella vostra testa, perché poi amaramente scoprite che quella persona che voi pensavate di conoscere a fondo era un’altra persona, era diversa e come! Da quella che pensavate, tanto che ha fatto fuori la moglie, il padre e il figlio in una sola botta. E che dire poi di quell’inappuntabile ragioniere che per decenni credevate un modello di gentiluomo è improvvisamente scappato in Sud America con tutti quei soldi sottratti a tanta gente che gli aveva affidato i propri risparmi? E allora, ecco perché chi davvero siete dovete scoprirlo voi, come chi autore del libro, il personaggio principale, l’autore sia del libro che della vostra vita, l’artefice, l’editore, lo scrittore, il distributore, l’agente, il bibliotecario che si prenderà cura del vostro libro, coma anche dello stampatore, del correttore di bozze. Eh sì! Perché ci saranno molti errori, possibili da correggere, ma saranno molti di più quelli impossibile da correggere, rivedere, riscrivere, riproporre all’attenzione di chi ha la bontà di leggere quelle pagine. Pagine che non potranno mai essere scritte o corrette né tanto meno rivissute. Tante pagine fitte dense di caratteri, disegni, immagini, graffi, chiari e oscuri, a colori, in bianco e nero, visibili o invisibili. Fino all’ultima pagina, bianca, sulla quale qualcuno stenderà l’indice del libro, un indice inappellabile perché non sarà possibile cambiarlo. Non lo scriverà l’autore del libro, qualcun altro lo farà. E poi, dopo, apporrà la parola “fine” consegnando il volume al tempo per essere poi sistemato nella biblioteca spaziale.

COSA. Le cose, la cosa, tante cose, tutte le cose, belle, brutte, chiare, semplici, complicate, futili, utili ed inutili, credibili, stupide, fattibili, incomprensibili, immediate, dirette, personali, collettive, importanti, cose indegne ed indecenti, cose intelligenti e geniali. Tutti le fanno, le scelgono, le incontrano, le pensano e le conservano. Chi lo fa per mestiere, chi ad arte, chi per burla, tutte le cose di questa terra, del nostro mondo ci sembrano cose importanti, decisive, esclusive, personali, determinanti. Ma chi ci crede? Tutti, almeno così appare, per tutti: per il presidente, il papa, il direttore, il preside, il postino, il meccanico, il sindacalista, il ladro e l’assassino, tutti sanno cosa fanno, perché e dove e come e quando. Al mattino, appena svegli, sanno già che la cosa va fatta, così è stato deciso, almeno il giorno prima, la notte è stata pensata. E poi, è un ordine, non è una cosa da nulla, c’è il codice penale, quello civile, il codice deontologico, quello morale a dire che la cosa, quelle cose, vanno comunque fatte, senza ombra di dubbio. Avrebbero già dovuto farle e mi meraviglia che non siano state fatte prima, se non da me, da noi, almeno da altri, altrove, per il bene di tutti, non solo suo e mio, del governo o della scuola, ma almeno per la gestione del condominio che ha bisogno di ordine. Quelle cose non possono rimanere nelle scale perché danno un segno negativo a tutto l’immobile a chi ci abita e ci vive. E poi, quelle cose vanno deliberate al più presto, il governo non può continuare a fare finta di non sentire e di non vedere i problemi della gente. Le cose sia all’interno che all’esterno stanno certamente peggiorando, cose che non si capisce perché non siano state fatte prima. Ma chi le deve fare queste cose? Che ci stanno a fare allora? Siamo onesti, il tempo delle chiacchiere deve cedere io passo alla politica delle cose che non sono state fatte e che con questo governo devono essere assolutamente fatte. Perché questo ci distinguerà dal governo precedente. Loro, le cose dicevano di volerle risolvere, noi invece le risolviamo. La cosa, le cose, tutte le cose, tante cose. Le cose degli uomini, delle donne, dei bambini, dei gay, dei trans, dei preti, delle suore, dei sindaci, degli assessori, le cose delle destra e quelle della sinistra destinate a non incontrarsi mai, come quelle del centro e della periferia, cose antiche e moderne, cose di dentro e cose di fuori, quelle dette e quelle non dette, scritte, trascritte e registrate con tanto di atto notarile perché tutto venga tramandato e sia secondo le regole. Perché qui le cose sono serie, sono cosa da magistrati, le cose dei togati che guai a chi li tocca. Gli intoccabili. Cose da pazzi…

DOVE. Qui i luoghi del dove abbondano, c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Non si sa da dove cominciare. Da nord, da sud, da est o da ovest. Per non dimenticare il centro, il baricentro, l’ipercentro, la centrifuga e tutto il resto del dove. Mi ero già perso, infatti, nei labirinti del dove. Non so se cominciare da fuori o da dentro. Ma vi rendete conto che se comincio da dentro mi perdo, e se inizio da fuori me ne scappo dentro? Queste costanti-variabili possono avere il valore sia di interrogativi che di esplicativi. In altre parole, se dici “dove?” chiaramente fai una domanda. Se invece collochi un “dove” vuoi indicare una relazione spaziale che ti serve per collocare un ragionamento. Quando poi “dove” diventa “laddove” allora le cose assumono una latitudine di significato davvero esilarante, perché non sai mai dove ti verrai a trovare. Avete mai fatto in proposito l’esperienza di cercare di collocarvi da nessuna parte, in un “nessun dove” sia spaziale che temporale? Che bello sospendersi e fottersene di se stessi e degli altri sempre pronti in ogni dove a chiedere, domandare, interrogare. Una volta tanto, io non sono io, non sono da nessuna parte, non esisto e mi metto in un mio particolare “dove” di osservazione per rompere gli attributi agli altri. Sempre tenendo presente che non so dove esattamente sono. Per non parlare poi di quando dormo. Che c’entra? Direte voi. C’entra, c’entra. Ma vi siete mai chiesti dove siete quando dormite? Lo so che avrei dovuto anche chiedere “chi” siete quando si è in sonno. Ma qui non è pertinente. Qui parliamo solo del “dove”. In realtà non siamo né sopra né sotto, né dentro, né fuori, né appesi, né distesi, né sazi né digiuni, né tanto meno brilli. Ma sappiamo che ci siamo, ma non sappiamo dove siamo. Ma sappiamo che ci siamo, e quando ci svegliamo saremmo anche in grado di dire dove siamo stati, ma è che non ne siamo sicuri, o forse abbiamo paura di dirlo. Paura non solo, forse anche vergogna, perché i luoghi del dove sono luoghi che non si possono narrare, inesplorati ed inesplorabili. Luoghi virtuali, che non hanno nessuna virtù se non quella dell’inganno, della menzogna, dell’impossibile. Ma noi sappiamo tutti, indistintamente, che ci siamo stati, il dove dell’inganno, del tradimento, il fake che ci insegue e ci indica agli altri in senso di vergogna e di derisione. Se questi sono i luoghi del dove surreali, quelli della realtà vissuta, sono ancora più intangibili degli altri. Vi è mai capitato di sentirvi di essere là dove non siete mai stati come se già ci foste stati? Sì, alcuni lo chiamano il “deja vu”, luoghi del prima e luoghi del dopo. E tu non sai dove sei stato, se ci sei mai stato e se ci ritornerai. Un parco affollato di New York, un vetta in Svizzera, un “block” di un manicomio in inglese, volti tutt’intorno a guardarti, come un intruso. Tu che una volta eri un “nurse” ed eri là ad accudirli. Ora quel dove non c’è più, scomparso, annientato dal tempo che si ritrova nella variabile-costante “quando” e non sa come.

QUANDO. Mamma mia. Non so se questo è un interrogativo oppure una supposizione, dentro o fuori del tempo. Dal dove sono caduto nel quando. La navigazione continua senza soste e senza ritorni. Già, perchè una volta che ci sei stato in quel tempo, non potrai più ritornarci. In effetti, ci entri, ci cammini, ci vivi per un po’, ne esci e non potrai mai più rientrarci nonostante tutti gli sforzi che farai. Quel quando non potrai più acchiapparlo, sentirlo dentro di te, viverlo. Quando comincia credi di saperlo, ma in effetti nessuno lo sa. Sei registrato all’anagrafe, con l’ora, il giorno e l’anno, ma è tutta una finzione, un modo come un altro per cercare di incapsulare il tempo del quando sei venuto fuori a vedere la luce, se mai ne avevi bisogno. Nessuno te l’ha chiesto, nessuno ti ha avvisato che saresti venuto, proprio in quel preciso quando, per non dire poi del dove, del chi, del perché. E tu ci credi che sei nel tempo del quando, ci navighi, contento di sapere dove andare, cosa fare, delle tue scelte, del tuo essere, delle cose che fai, e ti scegli il tuo dove, in termini di spazio. A scuola, in ufficio, in fabbrica, in riva al mare in montagna, nel sottoscala, nell’attico, in città, nel bosco, in mezzo al traffico, in solitudine o nella moltitudine. Sta a te scegliere, se ti sta bene o se ti sta male, agli altri frega ben poco. E qui casca il senso del quando, che non sai quando viene né quando va, quando ti prende e se ti prende. E tu credi di dominarlo, di avere deciso cosa fare, perché e come. Ti illudi e ti freghi allo stesso tempo. E sull’onda dei trascorsi giorni in forma di quando, come quando costruisci quelli futuri che trasportano lontano senza che tu te ne rendi conto. Personaggio e interprete come sei della tua esistenza passi dal dove trascorso a quello presente immaginando quello futuro. E ti sospendi, come sospendi chi ti sta vicino, chi condivide, a almeno crede di condividere le tue variabili-costanti che scorrono senza ragione e senza un perché. E te le ritrovi tutte, una ad una, o tutte insieme, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, addizioni di quando e sottrazioni di dove e di cosa, senza ragione di futuri perché.

PERCHE’. Le ragioni stanno tutte qui. A chiedercele in cerca di una risposta che si sa non arriverà, perché le risposte sono altrove, se mai sono esistite e se mai potranno essere trovate. Legittimo chiedersi perché, chi domanda e risponde allo stesso tempo, interrogativo ed esplicativo che non spiega e non interroga su nulla. E poi, dopo tutto, perché dovresti/vorresti saperlo? Ti piacerebbe che qualcuno ti desse la risposta eh? Comodo, troppo comodo. E che direbbero tutti quelli venuti prima di te che si sono posta la stessa domanda del perché, come in un gioco che ritorna come un ritornello nella piastra del tempo che non dà risposte. A dire il vero, le risposte ci sono, tutti credono di saperle dare a quei perché: filosofi, scienziati, papi, presidenti, poeti, illuminati ed oscuri, arroganti e sapienti, tutti pronti a darti una risposta, ai tuoi perché che aumentano man mano che passano i chi, i cosa, i dove, i quando. Sfilano tutti uno dietro l’altro, e chiedono spiegazione, appunto domandano il loro perché. E tu dovresti saper dare una risposta visto che sei l’inizio del tutto, sei il chi dell’inizio, ma sarai anche il chi della fine. La tua fine, la fine dei tuoi cosa, anzi delle tue cose, che sono ritrovabili in qualche dove della mente o della fantasia, ma ormai diventata irrealtà pura ed astratta, inganno perpetuo, finzione assoluta. E tu cosa puoi saperne, vittima della tua individualità, del tuo essere chi inconsapevole ed incolpevole, una cosa frammentata nel dove della tua nullità, senza un ragionevole quando ed un comprensibile perché. Ma il libro delle variabili-costanti deve pur avere un senso, altrimenti chi lo leggerà, e se leggere significa capire, ci sarà pure qualcuno che vorrà capire, trovando delle risposte. Si dice che queste risposte debbano essere ragionevoli, cioè secondo ragione, che non si sa bene cosa sia, ma che molti ritengono sia la sintesi delle stesse variabili che sono costanti, nella misura in cui se sono sempre costanti diventeranno incostanti e invariabili se il processo continua all’infinito. Non so se mi spiego. Forse sono arrivato davvero alla sintesi, alla sintesi della ragione. Oppure forse no, ed è meglio, perché se no ci sarà qualcuno che dirà che sono fuori di senno. Ecco un’altra bella parola. Ragione, senso, senno, ma che bello essere liberi di dire ciò che non fa senso credendo di averlo il senso, il senso che dà una risposta al perché. E voi credete che io l’abbia data una risposta? E chi vi dice che avevo questa intenzione? Avrei potuto farlo, ma non ne avevo l’intenzione. Era solamente un gioco costante e variabile. Anzi variabile e costante. Come il gioco della vita e quello dei libri.

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