domenica 11 dicembre 2011

Il figlio del tipografo


Alberto Mirabella, amico illustre ed autorevole scrittore salernitano, mi ha chiesto un ricordo della tipografia che la famiglia di mio padre aveva a Sarno. E' probabile che voglia inserire queste memorie in un suo nuovo libro che parla delle vecchie glorie cittadine. Già antica e nobile città meridionale, che si stende nella Valle del fiume omonimo, alle spalle del Vesuvio, a poca distanza da Pompei,  Sarno è ormai soltanto una delle tante città in declino che concorrono a formare quel degradato "hinterland" che è il retroterra della Grande Napoli. Una decina di anni fa questa città della irrequieta realtà campana ebbe la poco gradita ventura di assurgere alle cronache internazionali per le sue  micidiali frane che provocarono una vera e propria catastrofe, con più di un centinaio di morti. D'allora ben poco è stato fatto in termini di ricostruzione morale e materiale. Una città che si limita a sopravvivere ad una quotidianità sempre più approssimativa e provvisoria. Il raro visitatore di passaggio che può capitare da queste parti potrà avere una visione chiara di quanto è stato fatto, sfatto o rifatto nei luoghi della strage degli innocenti, e di quanto si continua a non fare in termini di prevenzione in questi luoghi, "Alle Falde del Monte Saro". Hanno edificato, ricostruendo negli stessi posti, come se non fosse successo nulla. 

Tutti, cittadini e politici amministratori, continuano a trattare il territorio come prima, anzi peggio di prima. Sempre in atto il palleggio delle responsabilità di gestione su chi deve occuparsi della difesa e della prevenzione di un territorio che prima o poi manifesterà ancora una volta la sua rabbia. Nessuna politica di "prudenza" viene messa in atto da una classe politica che non sa cosa cosa significa questo termine, nel senso di come l'intese il grande napoletano Giovanni Pontano: "Il prudente è colui che costruisce argini quando il fiume è in secca". La politica dell'apparire domina la scena cittadina. Una popolazione indolente ed assente vive nella quotidianità più assoluta, accontentandosi di non creare il peggio. In questo scenario si privilegiano i ricordi del tempo che fu per non vedere i guai del presente. Con queste elusioni si alimentano storie e fantasie perdute nel tempo di una città che fu addirittura paragonata alla città inglese di Manchester. Le "Arti Grafiche Michele Gallo & Figli" fu una di queste imprese di cui mio Padre fu il continuatore fino alla fine dei suoi giorni. La sua memoria ebbi modo di trascriverla in un libro che vide la luce più di una decina d'anni fa, ricevendo anche il giusto riconoscimento ed aiuto dell'allora amministrazione comunale Canfora. Nel libro il mio alter-ego è Alvano che parla di se stesso, della tipografia e del tempo che fu:


Non avrebbe mai dimenticato per tutto il resto della sua vita l’atmosfera di quel posto, divenuto poi un luogo della mente, un posto della memoria. Non era solo per l’odore del piombo e dell’inchiostro, tipico della tipografia. Ma anche per quello del petrolio, delle carte, del sudore umano nei giorni caldi dell’estate, e del fumo dei bracieri accesi per riscaldare gli ambienti nelle lunghe e fredde giornate invernali. Oggi, nel tempo delle reti e delle superstrade della comunicazione, in quel luogo, Alvano, vedeva e ricordava lui, un uomo, in piedi sulla grande rotativa, a prendere i fogli per farli scivolare sul rullo che li avrebbe fatti imprimere sulle forme di piombo collocate sul carrello che di sotto scorreva veloce. Sempre pronto a fischiettare un motivo, la sigaretta accesa poggiata sul banco accanto alla risma di carta da stampare, quell’uomo era il simbolo della creatività.


La ruota girava veloce, guidata dalla cinghia legata al grosso motore che trasmetteva all’ambiente un fragore cadenzato. Sembrava come il correre delle carrozze di un treno sulle sue rotaie. Per ore ed ore quell’uomo era capace di stare in piedi su quella sorta di piedistallo, come sulla tolda di comando di una nave, mentre tutt’intorno fremevano le attività della tipografia. Dietro la macchina, là dove scendevano i fogli ancora freschi di stampa, spesso Alvano si metteva a ‘pareggiare’, a sistemarli, cioè. Freschi ed odorosi non dovevano essere toccati. Le “forme” potevano essere quattro oppure otto, a seconda del formato del libro. Oppure una, come nel caso di un manifesto. E allora, la forma, era grande. Fatta di caratteri di piombo e di legno. Pazientemente allineati, l’uno dopo l’altro. Spazzolati col petrolio, prima che l’inchiostratore vi facesse scorrere i rulli. Il sapere prendeva forma e correva verso la vita. Alvano, seduto sullo sgabello dietro la macchina, era felice e si lasciava andare con gli occhi chiusi a sognare, accarezzato dal leggero venticello che i fogli, portati dalle stecche, gli soffiavano sul volto mentre scendevano. Immaginava che tutto ciò che era stato appena impresso dalla forma di piombo si trasferisse nella sua mente.


Potevano essere le pagine del libro che quel prete, stava scrivendo, sulla storia della sua città; i capitoli di quel grosso volume commissionato da un esperto di diritto tributario di Neapolis; oppure, ancora, il bollettino dei servizi del compartimento ferroviario. Lunghi elenchi di orari per partenze ed arrivi. Alvano si sorprendeva a pensare alle ore di studio del vecchio prete trascorse al tavolo per scrivere la storia di quel paese e di quella gente che egli vedeva ogni giorno ma non amava. A volte gli sembrava che i fogli scendessero troppo in fretta e lui non ce la faceva a tenere il passo, o meglio le mani, dietro ad essi. Lui gli chiedeva se le immagini dei clichés fossero chiare e leggibili. L’inchiostro, infatti, poteva essere troppo o troppo poco ed allora bisognava regolare il calamaio che serviva a dosare l’intensità della stampa.


Alvano capiva che qualcosa di importante accadeva in quei momenti di intenso lavoro. Almeno altri tre uomini erano addetti al funzionamento della rotativa. La tiratura era alta e la macchina doveva arrestarsi il meno possibile per non ritardare la consegna del lavoro. Quell’uomo in piedi, sempre allegro, pronto a fischiettare, con una sigaretta tra le dita, aveva una parte importante e decisiva. Era come se la conoscenza ed il sapere del mondo venissero prodotti in quel momento. Un percorso lungo e faticoso, un punto di arrivo sofferto e preciso: le parole, il pensiero che diventavano forma, oggetto, contenuto. Doveva poi essere distribuito agli altri, affinché anche loro sapessero, accettassero, prendessero parte alla comunicazione dei saperi, alla distribuzione della conoscenza, alla scoperta del mondo. Quell’uomo era suo padre ...


La biblioteca del padre era la sua misura del tempo e dello spazio. Ogni volta che apriva quel piccolo mobile a libreria, dai vetri gialli ed opachi e guardava gli scaffali ripieni di libri, era una festa per i suoi occhi e per la sua fantasia. Allineati con cura, sistemati per grandezza, per autore, per editore, sempre che poteva, li prendeva, li toccava, ne palpava il dorso, se li rigirava tra le mani. Leggeva il retro della copertina, la presentazione sulla pattina, il frontespizio, inoltrandosi, ma non sempre, nella lettura dell’introduzione.


Pensava che un giorno li avrebbe letti tutti. Il padre chissà se li aveva letti. Axel Munthe, Erasmo da Rotterdam, Van Loon, F. Nietzsche, L. Yutang, A. Fraccaroli, C. A.. Cipolla, G. A.. Borgese, T. Mann, L.Tolstoi, F.Dostojewski, H. de Balzac, G. Comisso, J. London, E. A. Poe, A. Frateili, G. Papini, A. Huxley, J. Wassermann… Centinaia di titoli di libri, famosi, ancora oggi importanti, autori alla ribalta allora, diventati classici o dimenticati poi nel tempo. Li poteva sfogliare solo di nascosto, senza farsi vedere dalla madre, che lo avrebbe detto al padre. E poi le avrebbe prese. Lui, quando era di buon umore, gli permetteva di tirarli fuori dagli scaffali, di spolverarli e sistemarli come gli diceva.


Quelli gialli, la collana dei saggi della Bompiani. Quelli marroni della collana romantica Corbaccio-Dall’Oglio. Quelli verdi della letteratura mondiale della Medusa di Mondadori… Ognuno di essi rappresentava per Alvano una sfida ed un impegno alla conoscenza, alla ricerca, all’esplorazione di orizzonti diversi e lontani da quel piccolo mondo provinciale che lo circondava e lo soffocava. Quando sfogliava il libro intitolato “Così parlò Zarathustra”, e leggeva qualche pensiero, era affascinato dalle parole, ma non ne capiva il senso, restando preso dal mistero della loro semplicità. Un libro importante, l’avrebbe scoperto anni dopo, dalle molte pagine, con una lunga presentazione ed un ricco indice analitico.


A Zarathustra si affiancavano due altri tomi che senza dubbio dovevano essere importanti per suo padre. Uno era di M. G. Sarfatti dal titolo inequivocabile ‘Dux’. L’altro, altrettanto impegnativo, ‘Mein Kampf’ di un certo Adolf Hitler. Due versioni di quest’ultimo libro, una in italiano e l’altra in tedesco. Non che il padre di Alvano conoscesse la lingua germanica, ma si diceva che in tutte le case degli italiani, in quegli anni, si potevano trovare quei libri che poi sarebbero scomparsi non si sa bene come e perché. C’era anche un titolo che lo interessò molto per diverso tempo:“Introduzione alla stupidità umana”. Cominciò più volte a leggerlo, ma non riuscì mai a concluderne la lettura. Voleva cercare di capire come mai il mondo fosse così complesso, difficile, quasi sempre incomprensibile. Ma se quel volume di oltre quattrocento pagine era soltanto una introduzione, figurarsi poi un trattato su quell’argomento.


Cosi pensava Alvano con grande ingenuità. Ma non poteva o non sapeva capire. Soprattutto, non voleva addentrarsi in cose che non avrebbe poi amato molto neanche in seguito. I libri che lo attiravano erano, invece, quelli corredati da illustrazioni di luoghi, persone e personaggi. Come i libri di viaggio di M. Appellius, C. Tommaselli, J. Verne. L’Africa, l’India, il Tibet, il Nepal, la Cina, il Giappone erano le sue mete preferite. Ceylon, poi, era la sua passione. Un libro in particolare, intitolato: “Ceylon, l’isola delle donne belle” era un vero e proprio godimento per Alvano. Immagini di donne straordinarie dai capelli lunghi, neri e lisci, inghirlandate di fiori, di fronte all’obbiettivo, riprese lungo spiagge di sogno, ricamate da mari spumeggianti, con sullo sfondo riverberi di luci tropicali e piroghe lontane.


Quei seni turgidi, dai capezzoli marcati e scuri, al vento dei tropici, erano per Alvano un invito alla fuga dalla triste realtà che lo circondava, nel sogno dell’irreale e dell’immaginario. Non erano soltanto le pagine dei libri a farlo sognare, ma anche le immagini delle riviste che il padre aveva collezionato e rilegato nel corso degli anni. Grossi volumi della rivista più famosa del tempo, quella ‘Illustrazione Italiana’, con lunghi articoli sul passato regime, sugli eventi culturali, sulle cerimonie di quegli anni che lui aveva vissuto da anni ruggenti. Immagini che gli scorrevano davanti, pagina dopo pagina. Un mondo da scoprire, lontano, irraggiungibile. Il mondo degli adulti, il mondo che lui doveva conoscere bene perché concorreva col suo lavoro a crearlo, in un modo o in un altro. Era, infatti, compositore e legatore, ma era, soprattutto, un grande stampatore. Il posto più naturale dove si potesse trovare uno stampatore era, naturalmente fino a qualche anno fa, nella tipografia.“Il Testimone: Le metafore di Alvano”





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