domenica 2 ottobre 2011

Alfred Prufrock ed io


Il "Canto d'Amore di J. Alfred Prufrock" è la poesia che segnò l'inizio della carriera poetica di T. S. Eliot, (1888–1965), il poeta inglese più importante del XX secolo e, a mio parere, uno dei migliori poeti di tutti i tempi. La poesia si presenta sotto la forma di monologo drammatico filtrato attraverso la tecnica narrativa del flusso della coscienza. Questa poesia l'ho conosciuta sulle pagine di un'antologia di poesie inglesi che avevo come testo di studio quando lavoravo in Inghilterra ai miei anni verdi. I favolosi anni sessanta, i così detti "roaring sixties". Anni “ruggenti” per gli altri, ma non di certo per me. Avevo, infatti, deciso di andarmene dall’Italia, lasciare il troppo stretto paesello del sud e andare in Inghilterraper imparare una lingua che non avevo mai studiato a scuola, che non conoscevo e che, eppure, mi attirava come nessun altra cosa al mondo. Il fascino delle cose impossibili che solamente chi è giovane sa decidere di inseguire. Una lingua ed una cultura che avrebbero poi caratterizzato la mia vita sia professionale che personale. Avrei, infatti, non solo insegnato  quella lingua per circa 40 anni, mi avrebbe anche dato l’opportunità di incontrare l’altra metà del cielo o della mela, mia moglie, anche lei con la stessa passione linguistica.

Studiavo e lavoravo contemporaneamente per mantenermi in terra di Albione. A quei tempi, soltanto se avevi un permesso di lavoro fisso, potevi restare in Inghilterra. Ed io lavoravo in un ospedale mentale, e studiavo la lingua e la letteratura del posto per corrispondenza, per conseguire i certificati di studio dell’Università di Cambridge. Frequentavo di sera, quando mi era possibile, le lezioni di un popolare “College of Further Education” di St. Albans, l’antica città romana di Verulam. Un vecchio tutor-professore ci leggeva dalle 19 alle 21 brani di prosa e poesia inglese. Ricordo che dedicò al Canto d’amore di Alfred Prufrock le due ore di una intera lezione. Una poesia difficile da capire allora, piena di allusioni, simboli e immagini da decifrare, scritta nella tecnica divenuta poi nota come “flusso della coscienza”. Avevo con me nel banco, Puck, una dolcissima olandesina, con la quale condividevo esperimenti poetici e non. Ridevamo delle lamentazioni di Alfred, della sua petulanza, di quelle lagne che ci sembravano ridicole, da vecchi e per vecchi. Allora avevamo poco più di venti anni, ed era giusto che la pensassimo a quel modo. Alfred l’ho poi re-incontrato sui banchi dell’università, e poi per anni l’ho presentato a migliaia di giovani. Il tema centrale della poesia è quello del passare del tempo, con tutte le innumerevoli sottocategorie possibili che questo termine comporta: amore, vecchiaia, ricordi, impotenza, illusioni, delusioni, allusioni, decadenza, sogni …

Se mi pareva, allora, difficile il testo inglese, ancora più impossibile mi sembravano i versi introduttivi di Dante. Non capimmo bene le spiegazioni che il tutor addusse per spiegarne la riproduzione da parte di Eliot. Sarebbe passato poi molto tempo e studio per capire che Eliot usa quei versi per gettare una luce ironica sulle intenzioni di Alfred a recuperare il tempo passato ed al suo vano tentativo di mettere insieme i cocci delle sue diverse personalità così come il tempo le aveva modellate. Guido sembra essere Prufrock, Dante sarebbe il lettore al quale il poeta rivolge i suoi versi. A quella età, ed a quel tempo, era per me e per Puck davvero difficile, se non impossibile, seguire il pensiero vagabondo di Alfred che oscilla tra l’illogico e lo psicologico. Atmosfera appesantita dal fatto che gli anni pesano sulle sue spalle e gli fanno dire cose che soltanto da vecchi si possono comprendere. E che ne sapevamo noi di tutto ciò? Dell’impotenza, delle incapacità, delle delusioni e delle finzioni usate nel corso degli anni? Quel continuo entrare ed uscire dal proprio io, essere o individualità, era davvero una cosa incomprensibile per noi che non avevamo il peso del tempo sulle nostre spalle.

Eppure, quella lingua usata, cantata e recitata in versi stupendi, era come una melodia infinita e non-descritta che aveva solo nel suono del mare e delle sirene in sottofondo, la giusta risonanza. “Misurare il tempo a cucchiaini” è una delle più belle espressioni poetiche che un poeta possa usare sullo scorrere del tempo. Così come lo vede un “vecchio” davanti alla sua tazza di tè o di caffè, seduto ad un tavolo sul lungomare. In attesa di sentire cantare sirene che non arriveranno mai, e che lui non potrà mai sentire. Ora che gli anni sul mio groppone sono molti, posso dire di comprendere ciò che intendevano dire Alfred e Eliot: “quando la sera è distesa contro il cielo, come un paziente anestetizzato sul tavolo operatorio”, “la segatura è stesa sul pavimento del ristorante”, “le sirene pettinano le bianche onde dei capelli, “quando il vento soffia sull’acqua e la fa diventare bianca e scura”, tutto questo è la precisa sensazione dell’usura e del decadimento dell’uomo e della vittoria del tempo sulla gioventù. L’arrivo inevitabile della vecchiaia. Ieri per Alfred e Eliot. Oggi per me e per Puck. Domani per te lettore. Sorge immediato il dubbio sul senso di tutto questo, del passato e del futuro. Ma Alfred Prufrock non conoscerà mai il senso del suo futuro. Anzi, il senso del tutto. Per me, per noi giovani lettori di allora, quei versi erano solo poesia, bellissima, insuperabile poesia. Oggi, col passare degli anni e con l’avvicinarsi della vittoria del tempo, so che Alfred aveva ragione. Quella ragione era il “suo” senso. Sarà così anche per me? Ancora non so dire.

                                                 "...avrò il coraggio di mangiare una pesca?..."

The Love Song of J. Alfred Prufrock

S’io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza piu scosse.
Ma perciocche giammai di questo fondo
Non torno vivo alcun, s’i’odo il vero,
Senza tema d’infamia ti rispondo.



LET us go then, you and I,
When the evening is spread out against the sky
Like a patient etherised upon a table;
Let us go, through certain half-deserted streets,
The muttering retreats
Of restless nights in one-night cheap hotels
And sawdust restaurants with oyster-shells:
Streets that follow like a tedious argument
Of insidious intent
To lead you to an overwhelming question
Oh, do not ask, “What is it?”
Let us go and make our visit.

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.

The yellow fog that rubs its back upon the window-panes,
The yellow smoke that rubs its muzzle on the window-panes
Licked its tongue into the corners of the evening,
Lingered upon the pools that stand in drains,
Let fall upon its back the soot that falls from chimneys,
Slipped by the terrace, made a sudden leap,
And seeing that it was a soft October night,
Curled once about the house, and fell asleep.

And indeed there will be time
For the yellow smoke that slides along the street,
Rubbing its back upon the window-panes;
There will be time, there will be time
To prepare a face to meet the faces that you meet;
There will be time to murder and create,
And time for all the works and days of hands
That lift and drop a question on your plate;
Time for you and time for me,
And time yet for a hundred indecisions,
And for a hundred visions and revisions,
Before the taking of a toast and tea.

In the room the women come and go
Talking of Michelangelo.

And indeed there will be time
To wonder, “Do I dare?” and, “Do I dare?”
Time to turn back and descend the stair,
With a bald spot in the middle of my hair—
[They will say: “How his hair is growing thin!”]
My morning coat, my collar mounting firmly to the chin,
My necktie rich and modest, but asserted by a simple pin—
[They will say: “But how his arms and legs are thin!”]
Do I dare
Disturb the universe?
In a minute there is time
For decisions and revisions which a minute will reverse.

For I have known them all already, known them all:—
Have known the evenings, mornings, afternoons,
I have measured out my life with coffee spoons;
I know the voices dying with a dying fall
Beneath the music from a farther room.
So how should I presume?

And I have known the eyes already, known them all—
The eyes that fix you in a formulated phrase,
And when I am formulated, sprawling on a pin,
When I am pinned and wriggling on the wall,
Then how should I begin
To spit out all the butt-ends of my days and ways?
And how should I presume?

And I have known the arms already, known them all—
Arms that are braceleted and white and bare
[But in the lamplight, downed with light brown hair!]
It is perfume from a dress 65
That makes me so digress?
Arms that lie along a table, or wrap about a shawl.
And should I then presume?
And how should I begin?

. . . . .

Shall I say, I have gone at dusk through narrow streets
And watched the smoke that rises from the pipes
Of lonely men in shirt-sleeves, leaning out of windows?…

I should have been a pair of ragged claws
Scuttling across the floors of silent seas.

. . . . .

And the afternoon, the evening, sleeps so peacefully!
Smoothed by long fingers,
Asleep … tired … or it malingers,
Stretched on the floor, here beside you and me.
Should I, after tea and cakes and ices,
Have the strength to force the moment to its crisis?
But though I have wept and fasted, wept and prayed,
Though I have seen my head [grown slightly bald] brought in upon a platter,
I am no prophet—and here’s no great matter;
I have seen the moment of my greatness flicker,
And I have seen the eternal Footman hold my coat, and snicker,
And in short, I was afraid.

And would it have been worth it, after all,
After the cups, the marmalade, the tea,
Among the porcelain, among some talk of you and me,
Would it have been worth while,
To have bitten off the matter with a smile,
To have squeezed the universe into a ball
To roll it toward some overwhelming question,
To say: “I am Lazarus, come from the dead,
Come back to tell you all, I shall tell you all”—
If one, settling a pillow by her head,
Should say: “That is not what I meant at all.
That is not it, at all.”

And would it have been worth it, after all,
Would it have been worth while,
After the sunsets and the dooryards and the sprinkled streets,
After the novels, after the teacups, after the skirts that trail along the floor—
And this, and so much more?—
It is impossible to say just what I mean!
But as if a magic lantern threw the nerves in patterns on a screen:
Would it have been worth while
If one, settling a pillow or throwing off a shawl,
And turning toward the window, should say:
“That is not it at all,
That is not what I meant, at all.”

. . . . .

No! I am not Prince Hamlet, nor was meant to be;
Am an attendant lord, one that will do
To swell a progress, start a scene or two,
Advise the prince; no doubt, an easy tool,
Deferential, glad to be of use,
Politic, cautious, and meticulous;
Full of high sentence, but a bit obtuse;
At times, indeed, almost ridiculous—
Almost, at times, the Fool.

I grow old … I grow old …
I shall wear the bottoms of my trousers rolled.

Shall I part my hair behind? Do I dare to eat a peach?
I shall wear white flannel trousers, and walk upon the beach.
I have heard the mermaids singing, each to each.

I do not think that they will sing to me.

I have seen them riding seaward on the waves
Combing the white hair of the waves blown back
When the wind blows the water white and black.

We have lingered in the chambers of the sea
By sea-girls wreathed with seaweed red and brown
Till human voices wake us, and we drown.


—–


Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock

S’io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza più scosse.
Ma perciocché giammai di questa fondo
Non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
Senza tema d’infamia ti rispondo.


Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l’insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono…
Oh, non chiedere « Cosa? »
Andiamo a fare la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
E vedendo che era una soffice sera d’ottobre
S’arricciolò attorno alla casa, e si assopì.

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.

E di sicuro ci sarà tempo
Di chiedere, « Posso osare? » e, « Posso osare? »
Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli -
(Diranno: « Come diventano radi i suoi capelli! »)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento,
Con la cravatta ricca e modesta, ma asseríta da un semplice spillo -
(Diranno: « Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia! »)
Oserò
Turbare l’universo?
In un attimo solo c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà

Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: -
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
Così, come potrei rischiare?
E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti -
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? .
Come potrei rischiare?
E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte -
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
E’ il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
Potrei rischiare, allora?-
Come potrei cominciare?

. . . . . . . . . . . .

Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette
Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe
D’uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?…

Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli
Che corrono sul fondo di mari silenziosi

. . . . . . . . . . . . .

E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
Lisciata da lunghe dita,
Addormentata… stanca… o gioca a fare la malata,
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
Potrei, dopo il tè e le paste e, i gelati,
Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi?
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,
Sebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po’ a perdere i capelli)
Portato su un vassoio,
lo non sono un profeta - e non ha molta importanza;
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
E ho visto l’eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
E a farla breve, ne ho avuto paura.

E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
E fra la porcellana e qualche chiacchiera
Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena
D’affrontare il problema sorridendo,
Di comprimere tutto l’universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda che opprime,
Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » -
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
Dicesse: « Non è per niente questo che volevo dire.
Non è questo, per niente. »
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Ne sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
E questo, e tante altre cose? -
E’ impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
E volgendosi verso la finestra, dicesse:
« Non è per niente questo,
Non è per niente questo che volevo dire. »

. . . . . . . . . . .

No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
Io sono un cortigiano, sono uno
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due,
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
Deferente, felice di mostrarsi utile,
Prudente, cauto, meticoloso;
Pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso;
Talvolta, in verità, quasi ridicolo -
E quasi, a volte, il Buffone.

Divento vecchio… divento vecchio…
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.

Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.

Non credo che canteranno per me.

Le ho viste al largo cavalcare l’onde
Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte:
Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.

Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

Post in evidenza

Qualcosa, niente e tutto ...

Questa frase, a dir poco, è tutto un mondo. Scritta e pensata in un contesto poetico, è oggi quanto mai attuale e idonea per riflettere ...