martedì 6 settembre 2011

Tradizione e innovazione nell'Agro Nocerino Sarnese

In un infuocato pomeriggio di settembre, durante una rapida visita a quella città che ormai sembra non appartenermi più, ho fatto una visita all’accogliente ed ospitale luogo che risponde al nome di DANI Coop, nella caotica e impraticabile nuova area industriale alla periferia di Sarno. Un punto vendita che frequento sin da quando ha iniziato la sua attività, per acquisti agricoli ed alimentari, genuini e nostrani. Appena vi entri sei avvolto dalla gradevole atmosfera dell’aria condizionata che ti ristora dalla calura esterna. Innumerevoli freschi prodotti agricoli attirano la tua attenzione e ti mettono in difficoltà nella scelta. Senti il profumo della terra a cui appartieni ed è come se la storia dei luoghi ti venisse incontro e ti parlasse. L’atmosfera è quanto mai gradevole ed accogliente, come lo sono le persone che vi lavorano e che conosci da tempo. Sul banco, all’uscita, ho visto esposto un libro che ha attirato la mia attenzione e con piacere ho acquistato. Un libro di ricette. L’ho preso pensando subito a mia moglie ed alla sua passione per la cucina. Me lo sono portato insieme agli acquisti in Costa d’Amalfi, il luogo dove ormai risiedo più spesso, preferendolo a Sarno, per svariate ragioni che forse, se ci riesco, in questo articolo verranno fuori. 

Ho varcato il Valico di Chiunzi e sono rientrato a casa non senza essermi fermato per qualche minuto in vetta al valico ad osservare quella straordinaria Valle che si stende ai piedi del monte e che ha come dirimpettaio "sterminator Vesevo" . Mio padre, quand’era giovane, da Sarno, via Pagani-Nocera, risaliva a piedi il monte Chiunzi, per andare dalla sua amata futura compagna di una vita. Quasi un secolo è trascorso. Oggi queste strade sono percorse da migliaia e migliaia di auto che per tutti i mesi dell’anno corrono verso il mare della Costa. Un modo per pensare a quando, anche io da piccolo, venivo a trovare i nonni tra questi monti. Percorrevo il tragitto da Sarno a Pagani con l’autobus della Carrella, e poi con quello della SITA, per arrivarci in mezza giornata. Oggi puoi fare il viaggio in meno di un’ora. 

Pensavo al libro che ha per sottotitolo questa dicitura: “Tradizione e innovazione nella Valle del Sarno. 343 piatti della tradizione familiare e della ristorazione”. “Tradizione ed innovazione” parole magiche per un mondo che cambia, vuole cambiare, deve cambiare. Non conosco l’autrice del libro, nè tanto meno il prefatore e i collaboratori che hanno partecipato alla stesura. Posso dire di conoscere in parte chi si cela dietro la sigla editoriale, ma questo c'entra poco con questo discorso. L’ho sfogliato attentamente ed ho avuto modo di apprezzare l’accurata ricerca svolta dall’autrice. Un gran lavoro di coordinazione deve essere stato quello di mettere insieme dati così sparsi e disparati riguardanti prodotti e produttori, tradizioni e novità. Tradizione e innovazione, appunto, in un territorio che si manifesta quanto mai disomogeneo, irregolare, improvvisato, caotico. Insomma quello che si dice un ambiente quanto mai “sgarrupato”, tanto per usare un termine noto nella letteratura contemporanea. 

 Alberto Mirabella ha avuto già modo di parlare della decadenza di questa Città, in una dimensione linguistica. Me ne sono occupato anche io in chiave sociologica e politica. L’ho definito Il "paradigma" di una Città che si riflette sul territorio. Uno scenario su cui sembrano aleggiare piuttosto che “tradizione e innovazione”, le tre fatidiche “effe” di borbonica memoria. “Feste-Farina-Forche”. oppure, se meglio vi aggrada, “Panem et circenses”, la locuzione in lingua latina, utilizzata nella Roma antica. La frase, creata dal poeta Giovenale, descriveva perfettamente e in maniera sintetica, il modo di governare il popolo. Divertire le classi dominanti, creando una falsa fratellanza con i più poveri ed oppressi, in modo da addormentare le coscienze di questi ultimi ed evitare sentimenti di ribellione. Successivamente, Ferdinando II di Borbone, aggiunse alla farina e alle feste, il deterrente della forca, coniando le famose tre “F”, “feste, farina e forca”, con le quali governare il popolo. Da un’attenta lettura del libro emergono tutti i dati per una lettura pessimistica della società in chiave sociale, politica, culturale ed umana. 

La gente di questi luoghi, e non solo dell’Agro Nocerino Sarnese purtroppo, sembra essere più interessata alla pancia che alla mente. Si mangia, si balla, si sparano fuochi d’artifizio a tutte le ore, in tutte le contrade e per ogni occasione. Passano i secoli ma qualcosa di antico, anzi tutto dell’antico, rimane. Le feste, rappresentano ancora il sale del potere politico, con il quale addormentare le coscienze e far sentire tutti uguali. Manca solo la forca sostituita con altri mezzi meno cruenti, ma non per questo meno incisivi. Sembra che tutto questo c’entri poco con il buon libro della dottoressa giornalista e storica Nunzia Gargano alla quale va il merito di avere fatto un prezioso e documentato lavoro di raccordo tra tradizione intesa in termini di ricette, usi, costumi, ricordi, sapori del passato e la grande, sterminata massa di operatori economici di ogni tipo che si industriano per sopravvivere, dando da vivere ad una popolazione che sembra non saziare mai la sua fame di “farina” di ancestrale memoria. Vedo dalla terza di copertina del libro che le Edizioni dell'Ippogrifo  hanno pubblicato diverse altre “Guide” del genere. Sui vini, sulla dieta mediterranea, sulle diversità dei gusti di paesi e città. E’ il segnale di una fiorente editoria non solo locale ma nazionale che vede la “pancia” al centro dell’esistenza. Tutto fa brodo, ovviamente in termini imprenditoriali ed editoriali. Sarebbe bene, però, che ogni tanto pensassimo anche alla … linea della vita!

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