martedì 13 settembre 2011

Il “graffito”della mente



Una recente discussione su di un'immagine truccata o reale, scoppiata su Facebook tra due amici, Antonio Salsano, fotografo, e Francomà Magli, pittore, mi ha fatto venire in mente un post che ho scritto qualche anno fa a proposito della percezione della realtà. Lo riproduco qui, così come lo scrissi, sperando di placare gli ardori artistici di questi due miei carissimi amici.Sul muro del bagno degli uomini, proprio di fronte all’orinatoio, in un edificio di Oxford dove si trovano gli uffici del dipartimento di ”igiene mentale”, un ricercatore ha trovato scritto la seguente frase: “Do not adjust your mind: reality is at fault”. Tradotto liberamente sarebbe: “Non mettere a fuoco la mente, è la realtà ad essere sfocata”. In altre parole, qualche visitatore, in visita a quegli uffici in cerca del senno perduto, cercava di consolarsi comunicando a se stesso ed agli altri che la realtà che si trovava a vivere era ben altra. Un paradosso di cui non tutti si rendono conto. Come la vecchia storia dei matti chiusi in manicomio i quali credono che i sani stanno dentro e quelli fuori sono, appunto, “fuori di mente”. Punti di vista che, comunque, stanno a segnalare un disagio irrisolto e forse irrisolubile: il disagio della mente.

Non c’è nulla che noi conosciamo meglio della nostra mente. Eppure nessuna l’ha mai vista, fotografata, visitata, esplorata, è una entità astratta che resta misteriosa anche alle ricerche scientifiche più avanzate. La tecnologia moderna ha fatto grandiosi progressi nel campo della ricerca sul cervello, sul suo funzionamento, sulle aree che a questa parte del nostro corpo sono così strettamente connesse, come la percezione, la memoria, le emozioni, il pensiero, la coscienza, l’io.
Se sezioniamo il nostro cervello non troviamo nulla di significativo dentro quei tessuti. Neuroscienziati, psicologi, psicoclinici, da tempo cercano di capire cosa succede in quella cassa del cranio quando le sue funzioni si accendono, si illuminano e si collegano alla soggettività dell’individuo. Tutto resta un mistero. Sappiamo cosa significa pensare, soffrire, sentire, immaginare, sognare, ragionare, progettare, credere, percepire. Quando osserviamo gli altri, o leggiamo nella nostra anima, (o la chiamiamo mente?) riusciamo a venire a delle conclusioni interne e dare possibili spiegazioni. Ci spieghiamo comportamenti, ci diamo delle ragioni. Ma tutto questo è solo apparenza, illusione di capire ciò che in effetti non riusciamo a comprendere. Ci accontentiamo e ci diamo delle ragioni diventando poeti, scrittori, artisti, musicisti… oppure ci ammaliamo.
Si ci ammaliamo nella mente, nel senso che il nostro cervello perde il contatto con la realtà, resta “at fault” o, meglio, non è possibile ristabilire la situazione iniziale, lo stato di “default” com’è il caso del computer, allora la situazione diventa davvero catastrofica. Non esiste più il passato, non c’è collegamento col presente, non è possibile costruire il futuro. Le connessioni ed i collegamenti sono saltati, la perdita dell’io è inevitabile. E’ come trovarsi davanti allo specchio e non sapere rispondere alla domanda: chi sei? Guardare una propria fotografia e non riconoscersi. Gli altri sono soltanto presenze senza senso e senza storia. Dov’è finita la realtà in quel caso? Ce n’è mai stata una? Resta il “graffito” senza senso e fuori dal tempo perchè nel tempo è ritornato.

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