mercoledì 14 settembre 2011

CARISMA FATALE

La mancanza di carisma può essere fatale


Non era per niente entusiasmante la mia vita in quel Ministero dove facevo l’impiegato di concetto al quale, in teoria, si richiede quel tanto di fantasia ed un pizzico di iniziativa. Invece, in pratica, il mio lavoro era monotono e ripetitivo, di una noia mortale; una vita quindi senza emozioni, e poi che tristezza: sempre le stesse cose e le stesse facce.

In quell’ambiente conobbi un po’ tutti i tipi: onesti e mascalzoni, sinceri e bugiardi, schietti e ipocriti, coraggiosi e pusillanimi, brillanti e tapini, ruffiani e traffichini. Insomma, nella serie (non esaustiva, s’intende), un caleidoscopio del genere umano. Come in tutte le migliori famiglie, c’erano le piccole invidie e, anche per questo, il pettegolezzo maligno andava forte; si dicevano peste e corna di tutti e, in nome della carriera, poi, non mancavano i dispetti e i trabocchetti e le meschine spiate al capo ufficio per mettere in cattiva luce il proprio nemico o concorrente di turno.

Ogni tanto, per vivacizzare quella grigia esistenza, su input di qualche spirito allegro, si organizzava una gita, ma gira e rigira, nei gruppi si finiva sempre per parlare di cose di ufficio. E però, dopo tutto, con un po’ di ottimismo e buona volontà, si vivacchiava.

Intanto il tempo volava e gli anni incominciavano ad aggrumarsi addosso ed era ora che io mettessi la testa a partito. E anche mia madre, santa donna, un po’ all’antica, mi diceva: “Prima che io muoia ti voglio vedere sistemato”. Da parte mia, non è che non ci pensassi, ma me la prendevo comoda. “Tanto - mi dicevo - il Paradiso o l’Inferno (secondo i punti di vista) può attendere”. Però, un po’ mi angustiava tradire le aspettative di mia madre che, poverina, su di me, unico figlio maschio, aveva riposto tutte le sue speranze. E così iniziai, come si suol dire, la pratica per dare una svolta alla mia vita.

Premetto che, anche per esperienze dirette , avevo ormai già le mie idee e miei gusti ben orientati; non ero dunque di primo pelo. Questo, però, sia chiaro, non è che mi rendesse padrone della situazione evitando le mosse sbagliate. Manco per niente, perché, come si sa, il campo è minato. Intanto, confesso di essere sempre stato attirato da donne belle e sofisticate possibilmente dotate di un buon “capitale erotico”. Non fraintendetemi, vi prego, niente di peccaminoso, né tanto meno, volgare. Voglio solo dire che mi sono sempre piaciute quelle che riassumono un complesso di belle e squisite qualità e insieme tanta vitalità e sex appeal. Quelle, insomma, dal carisma fatale.

In questo mondo, io avrei voluto sguazzare. Purtroppo, altro che carisma fatale. Ero soltanto un povero diavolo, con chance piuttosto limitate e me ne feci, ben presto, una ragione. Già, un conto è il sogno, altro è la realtà. E così mi decisi a mettere in circolo il seguente avviso: “Ancora giovane, né ricco né povero, né bello né brutto, né alto né basso, segno particolare: una predilezione per il superfluo, desidera avere contatti con l’altro sesso, scopo matrimonio”.

I riscontri furono cospicui, più di quanto io sperassi, provenienti in buona parte da ragazze di modeste condizioni sociali che peraltro, velatamente, facevano capire di essere deluse dalla sorte. Non mancavano poi vedove sconsolate e zitelle attempate. Lessi tutte le risposte di questo variegato universo femminile, con grande attenzione, e finii per incartarmi, senza prendere quindi una decisione. 

Giovanni, un mio amico d’ufficio, più grande di età, abbastanza sgamato, cui avevo confidato i miei propositi, mi disse: “Sospendi tutto. Ho un’idea migliore che fa proprio al caso tuo. Nella settimana prossima, vieni con me dalle mie parti, vedrai che rimarrai soddisfatto”.

Giungemmo insieme in treno nel suo paese d’origine. Giovanni organizzò una colazione in un ristorante molto caratteristico invitando la ragazza, per così dire, predestinata, che era una sua amica di famiglia. Portava il nome di Concetta, sulla trentina e, accompagnata dalla sorella più piccola, si presentò tutta ben vestita e pimpante; un viso volpigno, io rimasi di sale. Ordinammo il pranzo. A tavola, Concetta mi circondò di attenzioni; Giovanni, compiaciuto mi faceva l’occhiolino come per dirmi: “Hai visto come la cosa funziona bene, che ti dicevo?” e infatti tutto andò a meraviglia!

Quando si dice destino. E così, in quattro e quattr’otto, si celebrò il matrimonio con i rituali e ricchi festeggiamenti. Io, più confuso che convinto, mi trovavo un po’nella stessa situazione di colui che, senza una precisa idea, va al luna park e finisce, come d’incanto, sull’ottovolante. Voi, irriducibili romantici (come lo sono io), vi chiederete: “E il fattore amore, che muove l’universo e tutte le stelle, dov’era?" Forse, il fattore amore volava timido e solitario tra le nuvole e nessuno avrebbe saputo dire come e quando si sarebbe deciso a fare capolino. Mettiamola così.

Tornato in ufficio, dopo il viaggio di nozze, tutti sapevano tutto, anche i particolari, e tutti si felicitarono e si congratularono. Ma nel corridoio giravano, sotto sotto, pettegolezzi poco simpatici, tra i miei colleghi, del tipo: “è andato così lontano a prendersi per moglie una racchia che più racchia non si può”. Oppure del tipo un po’ più ironico, ma non meno cattivo: “E’ stato per lui come un incastro estetico”. Avrei potuto agevolmente rispondere a costoro che, intanto badassero ai fatti loro, che comunque ognuno ha i propri gusti e che a me, tanto per precisare, piacciono molto gli gnocchi al castrato.

Però è inutile fare tanti giri e bisogna arrendersi all’evidenza. Io sposai davvero quella che, senza ombra di equivoco, si definisce brutta. E vissi felice.

Alfonso Carotenuto                                                        Roma, 10 settembre 2011



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Amelia De Stefano Gallo commenta il racconto:
Non è sempre facile fare delle scelte che possano durare tutta la vita. Quando si è molto giovani si hanno dei sogni che, se si riesce a farli avverare, possono diventare un vero disastro. Una donna bella, intelligente, sexy ha delle pretese che una donna comunemente ritenuta "racchia" non si può permettere. Ecco perché si dice "La donna brutta si marita e la bella resta vecchia zita!". Il nostro protagonista, con l'età, capisce che se proprio vuole mettere su famiglia deve scegliere una donna che deve essere sopratutto "intelligente". E Concetta, pur non essendo bella, si rivela una buona compagna e lo rende addirittura felice. E' un pò come la sorte della maggior parte di quegli uomini così detti "felici"...

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