mercoledì 31 agosto 2011

Facebook in latino



Questa faccenda del latino "lingua viva" mi insegue dai tempi, ormai lontani, di quando lasciai l'insegnamento della lingua e della letteratura inglese negli istituti ad indirizzo tecnico, turistico, commerciale ed entrai nelle auree ed auliche classi del liceo classico. In quelle stesse aule in cui io, come studente, avevo penato e sofferto, mi ritrovavo fianco a fianco con colleghi i quali insegnavano quella lingua che avevo tanto odiato perchè nessuno di loro me l'aveva fatta realmente amare. A dire il vero, non era solo il latino ad essere la "pecora nera" della mia triste vita di liceale. Il greco di Senofonte teneva compagnia alla lingua di Cesare. Insieme costituivano i miei incubi.

Acqua ormai passata di mari che non navigherò mai più. Ormai sono un sopravvissuto alla scuola italiana, felicemente approdato sulle spiagge in qualità di smaliziato navigatore sulle spiagge di Facebook. Mi sono preso lo sfizio di entrarci in ... latino. Non me ne faccio scrupolo mentre vedo che tanti, sopratutto nell'ambiente scolastico e cattedratico, si ostinano a boicottarlo e a non comprenderlo alla stessa maniera di come non comprendevo io il latino ed il greco soltanto perchè queste lingue non me le facevano capire. E’ capitato a me, ma è successo a tanti, fronteggiare queste due “lingue morte”. In effetti “morte” non sono affatto, ancora vivono sotto altre forme nella cultura occidentale e di essa sono le colonne di cui siamo tutti ben fieri e consapevoli. Il latino, in particolare, è sempre alla ribalta. Riesce addirittura ad intrufolarsi negli spot commerciali in TV. Tutti ricorderanno lo strepitoso spot della Tim di qualche anno fa in cui Christian De Sica con la sua  “perifrastica” riferita a Rodriguez Belen in veste di prof di latino. Una struttura linguistica verbale latina che il figlio di Christian faceva fatica ad apprendere e di cui si lamentava con una quanto mai avvenente ed improbabile professoressa. 

Io ricordo ben altre insegnanti di latino e di greco. Sagome e figure di insegnanti molto diverse. Le nostre professoresse del tempo ci sembravano arpìe rapaci che salivano in cattedra e ci tormentavano con dannate declinazioni, impossibili traduzioni, il tutto condito in cerimonie sacrificali che erano sadiche interrogazioni singole, o a quattro, con tremebondi studenti, impiedi davanti alla cattedra. Non potrò mai dimenticare quella vecchia megera di latino e greco del ginnasio. Quando entrava in classe non aveva mai un sorriso sulla sua faccia. Sibilava a mala pena un “buon giorno” e si installava sulla sedia, dietro la cattedra, collocata su quella alta pedana che sembrava un baldacchino.

Dopo il canonico appello, apriva il suo registro personale, ci metteva il dito sopra e lo faceva scorrere lentissimamente sui nomi mentre sussurrava, a denti stretti: “vediamo chi sentire oggi”. Un brivido ti scorreva lungo la schiena. Una gocciolina di sudore ti si ghiacciava sulla fronte. Il suo dito andava su e giù nel mentre sollevava lo sguardo verso la classe in un silenzio di tomba. Eravamo raggelati ed immobili sui banchi, in attesa del sacrificio. Uno di quegli studenti aveva chiesto, appena era entrata, di uscire per andare in bagno. Lei nemmeno si degnò di rispondere. Si doveva dare principio alla immolazione quotidiana. L’interrogazione sul “classico” aveva la precedenza. Quel poveretto dovette subire una infame vergogna, che a stento riuscì a nascondere alla classe, ma che lui non dimenticò mai. “Se la fece sotto” e dovette nascondere la sua “colpa”, più tardi, con l’aiuto e la complicità di un bidello che fortunatamente entrò in quel momento con il registro delle circolari da leggere.

Questo episodio di una didattica del tempo che fu è soltanto un esempio delle “perifrastiche” che molte generazioni di studenti hanno dovuto subire, e forse ancora subiscono, in molte scuole del sistema scolastico italiano: pedissegua, monotona, asfissiante memorizzazione di regole, vocaboli, traduzioni, vita e opere di autori senza alcuna coerenza, connessione, contestualizzazione. Nessuno ci diceva come e perchè imparare. Tutti volevano soltanto che si ripetessero le “cose” senza capire o chiedersi il “perchè”. Insomma le famose domande anglosassoni chi-cosa-quando-dove-perchè le avrei imparato soltanto quando avrei cominciato a studiare la lingua inglese. Nessun pragmatismo didattico passava per la testa di quei docenti che perseguivano una didattica meramente strumentale, fatta di “potere” astratto che si manifestava in forma di voto tradotto in numero. Nessuno ti faceva comprendere il “senso” di quanto ti veniva chiesto di studiare. Bastava che tu ripetessi pedissequamente quanto il docente aveva detto nella sua così detta “lezione”. Molto spesso questa era un banale, crudo ed incomprensibile elenco di cose da fare. Lettura, traduzione e commento, erano le parole-chiave di questo tipo di insegnamento.

Il discorso potrebbe continuare a lungo su questo tono. Ma non è di questo che intendevo parlare in questo post. Volevo soltanto mettere in evidenza il fatto che per fortuna i tempi cambiano. Il tempo ha con sè la forza e la capacità di cambiare le cose anche contro la volontà degli uomini. Oggi i giovani possono conoscere, apprendere, studiare e perfezionare il loro latino anche impiegando la moderna tecnologia, i così detti “social networks”. Facebook ha lanciato sulla sua piattaforma che comunica con milioni di iscritti, in un centinaio di lingue, anche la lingua latina. Il link diventa “ligamen”, la posta si chiama“epistulae”, la homepage si chiama “domus”. Tutto così diventa contestualizzato, assume un senso ed una forma di vita che mai nessuna grammatica, nessun insegnante è riuscito a dare. “Quid cogitas?” ti chiede subito il sistema e tu sei costretto a pensare cosa rispondere, come commmentare con i tuoi “amici” gli“scriptella”, condividere le “imagines” e i “ligamina”. Il latino della scuola che avevo perso o dimenticato lo ritrovo in rete!

Ho provato a convertire il mio status dall’inglese al latino e ho fatto delle scoperte straordinarie. Tutti quegli incubi dei miei tempi al liceo si sono improvvisamente trasformati in un linguaggio vivo, moderno, significativamente espressivo. Sono riemerse dal subconscio tante parole, frasi e situazioni che pensavo scomparse o dimenticate. Vorrei avere la possibilità di dire quello che non ebbi mai la possibilità di dire, non solo a quella megera di insegnante di cui vi ho detto, ma anche ai tanti colleghi e colleghe con cui mi sono scontrato, raramente incontrato, in esami, commissioni, progetti, consigli di classe, di istituto e di distretto, denunciando i loro tremendi limiti, non solo culturali ma anche intellettuali e sociali.

La conoscenza delle lingue classiche è essenziale alla conoscenza delle lingue moderne. Ma nè il latino nè il greco possono essere insegnati come si sezionano e si studiano dei cadaveri. Nella mia esperienza di docente di lingue moderne quali l’inglese, il francese ed il tedesco, ho avuto quasi sempre la sfortuna di confrontarmi invece con una didattica che nulla aveva ed ha di comunicativo e di socializzante. Oggi Facebook, con le migliaia e migliaia di fan della lingua latina, fa giustizia mediatica di queste ristrettezze culturali, di questa mancanza di socialità e di condivisione delle conoscenze. La decisione di adottare la lingua latina non è soltanto una romantica idea europea, come qualcuno ha detto. Si tratta invece di saper comunicare in modo vivo e moderno contenuti culturali che sono eterni. Ne prendano nota tanti insegnanti di latino e greco che ancora oggi insegnano queste lingue vivisezionandole come si sezionano dei cadaveri. E di cadaveri, in questa nostra Bella Italia non ne abbiamo bisogno. Ce ne sono in giro ancora molti!

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