venerdì 17 giugno 2011

Il Cielo e il Cervello



Non meravigli il lettore l'abbinamento del Cielo e del Cervello che costituisce lo scopo di questo post. Sono le due categorie scientifiche e culturali sulle quali poggia, a mio parere, il senso della vita, sia del singolo che dell'universo. Non ha limiti, infatti, la mente ospitata dal cervello dell'uomo, così come l'uomo non ha confini alla sua libertà, prigioniero com'è nell'infinito dell'universo in cui è chiamato a vivere. In una breve poesia di quella straordinaria poetessa che fu Emily Dickinson si racchiudono queste due grandezze che non hanno misura umana in quanto sono certamente infinite.
The Brain - is wider than the Sky -
For - put them side by side -
The one the other will contain
With ease - and You - beside -
The Brain is deeper than the sea -
For - hold them - Blue to Blue -
The one the other will absorb -
As Sponges - Buckets - do -

The Brain is just the weight of God -
For - Heft them - Pound for Pound -
And they will differ - if they do - 
As Syllable from Sound -

Il Cervello - è più esteso del Cielo -
Perché - mettili fianco a fianco -
L’uno l’altro conterrà
Con facilità - e Te - in aggiunta -
Il Cervello è più profondo del mare -
Perché - tienili - Azzurro contro Azzurro -
L’uno l’altro assorbirà -
Come le Spugne - i Secchi - assorbono -

Il Cervello ha giusto il peso di Dio -
Perché - Soppesali - Libbra per Libbra -
Ed essi differiranno - se differiranno -
Come la Sillaba dal Suono -
Le prime due strofe di questa poesia di Emily Dickinson identificano la grandiosità della visione della mente con l’attività del cervello. Qui, come in altre poesie, Emily si riferisce al “cervello”, non all’ “anima” e nemmeno alla “mente”, come per ricordare al lettore che la sede del pensiero e dell’esperienza è un grumo di materia. E’ vero che, in un certo senso, la scienza ci “riduce” ai processi fisiologici di un organo che pesa un kg ed è tutt’altro che attraente. Ma quale organo! Nella sua sbalorditiva complessità, nella sua esplosiva computazione combinatoria, nella sua illimitata capacità di immaginare mondi reali e possibili, il cervello è davvero più vasto del cielo. A dimostrarlo è appunto questa poesia. Solo per capire il paragone al centro di ogni strofa il cervello del lettore deve contenere il cielo, assorbire il mare e visualizzare l’uno e l’altro nella stessa scala del cervello.
L’enigmatica strofa finale, con la sconcertante immagine di Dio e del cervello pesati come cavoli, ha sempre lasciato perplessi i lettori. Alcuni vi hanno letto una dichiarazione di creazionismo ( è Dio che ha creato il cervello), altri di ateismo (è il cervello che ha pensato Dio). La similitudine fonologica, il suono è un continuum ininterrotto, la sillaba una sua unità delimitata, suggerisce una sorta di panteismo. Dio è ovunque e in nessun luogo e ogni cervello incarna una misura finita della divinità. La riserva espressa con quel “al massimo” fa pensare a misticismo, cervello e Dio possono in qualche modo essere la stessa cosa, e naturalmente, ad agnosticismo. L’ambiguità è indubbiamente intenzionale, e dubito che qualcuno potrebbe sostenere una singola interpretazione come l’unica giusta.
A me piace leggere in questa strofa il suggerimento che la mente, contemplando il suo posto nel cosmo, giunge a un certo punto ai propri limiti e si imbatte in enigmi che sembrano appartenere a un dominio separato, divino. Libero arbitrio ed esperienza soggettiva, per esempio, sono estranei al nostro concetto di causazione e sembrano come una scintilla divina contro di noi. Moralità e significato paiono inerenti a una realtà che esiste indipendentemente dai nostri giudizi. Ma tale separatezza può essere l’illusione di un cervello che ci rende impossibile “non” pensare che sono separati da noi. In ultima analisi non abbiamo modo di saperlo: noi siamo infatti il “nostro” cervello e non possiamo uscirne per verificarlo. Se siamo in trappola, però, si tratta di una trappola di cui abbiamo poco da lamentarci: è più vasta del cielo, più profonda del mare e, forse, pesa quanto Dio.

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