sabato 14 maggio 2011

Proletariato

Roma - Proletariato questo il titolo di un poemetto inedito del 23enne Karol Wojtyla, scritto tra la fine del'43 e l'inizio del'44, quando il futuro Papa era appena entrato nel seminario clandestino di Cracovia, pur lavorando come operaio nella fabbrica della Solvay. Il testo, ritrovato negli archivi della Curia di Cracovia, è stato pubblicato integralmente dal supplemento culturale di Avvenire, Agorà, all'approssimarsi della beatificazione del papa polacco. Nell'inedito, scritto nei mesi più duri della guerra e dell'occupazione nazista, il giovane Wojtyla si mostra attento alla questione sociale ed emotivamente coinvolto nei problemi della classe operaia, scosso dagli echi della guerra civile e delle violenze contro la Chiesa in Spagna, e intreccia un dialogo ideale con i rivoluzionari: Signori della sinistra, diteci, voi badate solo alla massa o all'uomo? (Ansa).



PROLETARIATO

Sorgeranno mosaici di fumo dal bagliore d’incendio delle cattedrali, sulla finestra con la luna di sangue una mano scrive il Tuo nome – è sete di cibo, o sete di potere sul mondo? – sorgeranno gli spettri di Spagna, tinti d’incendio delle cattedrali, i pensieri rotoleranno sul selciato come schegge di vetro frantumato. Da tempo i rami degli alberi piegati dal peso di tante anime, frantumano i frutti ormai maturi di pugni immobili ma stretti – ma Tu non li cogli, allora cadranno avvizziti dalla prima tenue gelata, dal tocco di un passante che scatenerà nel globo la leggenda, l’antica leggenda della felicità. E già ora le ombre sulle finestre incise dall’incendio di Spagna, e già ora in prismi si infrangono di un’enorme folla le sagome, con pazienza le estraggo dai prismi, con pazienza frantumo i cuori di vetro per poter credere in voi, credere che siete la messe.

Lentamente i pensieri pronti al salto, che come un gallo tra i rami schiamazzano, con le dita li fendi come l’acqua e smuovi la feccia dell’orgoglio e poi i raggi delle bandiere – e le aste della rivolta fai cadere dalle mani, e di colpo l’inquietudine matura e maturano i pensieri pronti al salto – e l’idea di ingiustizia annega nell’idea di evoluzione. È forse più facile oggi promettere il pane quotidiano o come la paga per il pane chiedere l’incasso del sangue, è più facile forse offrire la promessa del Regno e mirare al loro pensiero, e non al loro sangue.

Però la sete di felicità è già qui, è già adesso, forma la chiesa combattente per un pezzo di pane quotidiano. Ma se anche le cattedrali sparissero in fiamme, non crederò che risolverebbe il senso alle parole del 'bere' e del 'mangiare'.Eppure loro andranno avanti, coglieranno il senso profondo. Perché ci hai lasciato nelle mani dei potenti e alla menzogna della turba, non siamo forse la messe – Perché non scendi in mezzo, perché allontani il momento.

Signori della sinistra diteci, voi badate solo alla massa o all’uomo?
Verranno, e ostacoli secolari salteranno in fretta, per loro infatti la via del Regno è più vicina.

Le Tue colonne tese all’attacco come le corde dell’arco. Ma prima di salire sul palco, guarda la finestra increspata dall’incendio delle cattedrali e sulle mani dolenti imprimi le chiazze di sangue – Tu badi solo alla fame, o al potere sul mondo com’è nel Tuo diritto?

Tu, che vieni dal selciato arso nella pozza di sangue Tu che Ti chini sopra di noi e plachi il grido del tempo, gli occhi lucenti dei gufi – vuoi Tu la miseria colmare coll’immenso chiarore dei destini, o vuoi restituirci la messe, vuoi ridarci alla terra?

E la stessa onda di nuovo stesa sopra gli archi delle rocce, e le parole sbozzate nel legno, caricate sulle spalle degli eroi.Lentamente i pensieri pronti al salto che come un gallo tra i rami schiamazzano, con le dita li fendo come acqua e smuovo la feccia sabbiosa – e poi le aste delle bandiere, il raggio della rivolta, lascio cadere e cerco – è permesso troncare le braccia che sbocciano come le palme, è permesso mozzare la fiamma delle miserie con la pungente parola Evoluzione?

In alto il fogliame di stelle. La scorza del buio copre il bosco di fumaioli e il tempo non soffocato dal lavoro, frantumato dalle urla dei gufi, e il vento, ansimante come un bracco, colto dai raggi delle ruote, dalle viscere profonde delle cave sorgeva una grande svolta – sì, come un ago d’acciaio fendo la folla. E solo il carbone smotta oscurando il fulgore di quelle anime, dalla griglia bruciante la fiamma riflette strana luce sulle facce.E così vegliando, più svegli dei tre discepoli nel Getsemani parliamo, noi, figli della terra, del nostro Padre lontano.

E qui nessuno Lo incolpa del contenuto fissato sulla croce. Le madri che sanno soffrire, non imprecheranno per il loro dolore – altre sono, altre le bocche, quando la strada sanguina schiacciata dal peso delle case state uscendo con le ali di velo e le vesti stracciate credendo che basti sciogliere l’enigma di questa unica parola: fame.È più facile oggi promettere alla gente una pagnotta e in cambio chiedere una lauta decima del sangue, oppure smuovere in loro un’eterna inquietudine del Regno, e mirare non al loro sangue, ma al loro pensiero? Ma perché fai scivolare le Tue parole sulle spalle degli eroi, perché col braccio della croce cancelli il pensiero più avanzato?

Quando la via sanguina spaccata dal crollo delle case, quando ogni uomo porta il segno cucito dentro il petto – non bisogna cercarmi lontano, sono alla distanza di un respiro, schiacciato dalla trave della strada, sono proprio vicino. Ma davvero basta sciogliere l’enigma della parola: fame? i pensieri tolti con la mano, simili all’acqua sul setaccio e di colpo – si perdono le orme, si spegne il senso delle parole: il Tuo Regno non conosce questo concetto: la fame.

Padre, perché ci hai messo al mondo, se ora ci fai perire – anche il vento spargendo il seme dal palmo della mano sfama lo sciame dei passerotti. Quando la notte nel fogliame di stelle con la sua scorza copre i tronchi dei fumaioli e il tempo del lavoro non si spegne, tempo senza alba né tramonto, dalle strette aiuole delle borgate arriva l’ultimo turno e dalle cinghie di trasmissione il vento spazza un polverìo di semente per uno strano raccolto, un raccolto bruno, un raccolto di campi di cemento.

E io, per lunghe ore nella notte infranta dalle urla dei gufi, la sonnolenza spaziando dai lampioni alti e svenevoli, prima che le betulle sulle dune sciaqueranno i rìvoli della pioggia prima che le mani allungate verso le palme si stancheranno per lunghe ore smorzando le parole e lo spazio bisbetico.

Prima di salire sul palco – guarda nella finestra illuminata dall’incendio delle cattedrali e sulle mani trafitte – ricordi?... le chiazze di sangue Tu badi solo alla fame, o al potere sul mondo – al quale – hai diritto.

Qui schiamazzano solo per il diritto di queste bare grigie chiuse nello spasmodico cordone del concetto: massa.

Chi ci condurrà dalla terra?

Nelle aule dei parlamenti franati Tu solo rimani muto, Tu Tribuno – in Te non c’è nemmeno l’ira, solo la Verità scolpita dalle parole semplici nel legno.

Tu con la Tua parola sorretta dal fruscio dell’onda tiberìade calpesti il Tuo stesso diritto.

Lotta in Te la solitudine e l’imperialismo.

Lentamente i pensieri pronti al salto, che come un gallo tra i rami schiamazzano, con le dita li fendo come acqua e smuovo la feccia sabbiosa – e poi il raggio delle bandiere, e le aste della rivolta, lascio cadere, e addentro le dita tra le ceneri e cerco il filo della trama della parola – evoluzione.

(Traduzione di Aleksandra Kurczab)

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